#NonSonoEmergenza

Dati

Alcuni dati, non esaustivi, per comprendere meglio la condizione degli adolescenti in uscita dalla pandemia

In uscita dalla pandemia, alcuni dati possono aiutarci a capire cosa sia successo in quella fase storica e quali siano oggi le ripercussioni sulla vita dei più giovani. In parallelo con la rarefazione delle relazioni sociali, il benessere psicologico è diminuito, specialmente tra le ragazze, così come sono aumentati i casi di disturbi alimentari e altri comportamenti a rischio. E tuttavia non tutti i segnali sono negativi, se si guarda alla capacità dei giovani di mobilitarsi su temi che hanno a cuore e di impegnarsi in modo organizzato per essere agenti di cambiamento nel mondo in cui vivono.

I dati presentati di seguito, elaborati dall’Osservatorio #conibambini promosso con la Fondazione Openpolis, intendono evidenziare alcuni dei fronti aperti, come emersi dalle più autorevoli ricerche sul tema. Senza pretese di esaustività: il disagio giovanile è infatti un fenomeno complesso, che non si può ridurre a pochi numeri in fila. Con tutti i limiti del caso, è importante comunque partire dai dati.

L’incomprensione di fondo

Nel giugno dell’anno scorso, l’indagine demoscopica “Come stai?” promossa da Con i Bambini e Demopolis ha fatto emergere come il 54% degli adolescenti intervistati ritenga di non essere capito dagli adulti. Un’opinione peraltro condivisa dal 45% dei genitori. Questa tendenza porta a interrogarsi sui fattori che ne stanno alla base, con particolare attenzione al disagio vissuto dagli adolescenti durante e dopo la pandemia. Un disagio che è innanzitutto di natura sociale ed economica: secondo le stime preliminari di Istat, il 14% dei minori nel 2023 si è trovato in povertà assoluta. Dopo la pandemia, i minori che vivono in famiglie in povertà assoluta sono arrivati a 1,3 milioni.

In termini educativi, gli anni di pandemia si sono distinti per un calo netto negli apprendimenti.

Nel 2022 quasi 1 studente su 10 (9,7%) in quinta superiore si è trovato in dispersione implicita, vale a dire nella situazione di chi, pur portando a termine gli studi, lo fa senza aver raggiunto competenze di base adeguate. Prima della pandemia erano il 7% nel 2019. Il fenomeno ha riguardato soprattutto gli studenti svantaggiati.

Una crisi educativa che spesso può essere il sintomo di qualcosa di più profondo, in termini di benessere sociale e psicologico. Durante il Covid, in base alle rilevazioni svolte dall’Istat, il 50,5% degli alunni delle scuole secondarie ha riportato una diminuzione nella frequentazione di amiche e amici, con un parallelo incremento nell’utilizzo di chat e social media per comunicare (in crescita per circa il 70% dei ragazzi). Tendenze che l’emergenza in realtà sembra solo aver accelerato, e che spesso erano già in corso da prima della pandemia.

Oltre alla rarefazione nelle relazioni sociali, durante la pandemia si sono registrati diversi segnali di peggioramento nel benessere psicologico tra i minori. L’indice di salute mentale raccolto da Istat varia tra 0 e 100, con migliori condizioni di benessere psicologico al crescere del valore dell’indice. Anche in questo caso, con la pandemia si registra un peggioramento. L’indice di salute mentale medio tra i 14-19enni nel 2021 è calato a 70,3, da 73,9 nella rilevazione dell’anno precedente. Nel 2022 l’indice di salute mentale tra gli adolescenti è tornato a migliorare (72,6), per poi scendere nuovamente l’anno successivo (71 nel 2023). Con un divario di genere che vede un minor benessere psicologico per le ragazze (con un indice di 67,4 per le giovani di 14-19 anni nel 2023) rispetto ai ragazzi (74,3).

Hikikomori, dipendenza da internet e disturbi alimentari

Ulteriori segnali di malessere psicologico emergono dalle rilevazioni di ISS, l’Istituto Superiore di Sanità, nell’ambito dell’indagine sulle dipendenze comportamentali nella generazione Z (i nativi digitali, nati tra la fine degli anni ’90 e il 2012). Dall’indagine di ISS è emerso che si stimano in 65.967 gli studenti tra 11 e 17 anni con tendenza all’isolamento sociale nei sei mesi precedenti la rilevazione (ovvero l’1,6% del totale, sulla base del campione rappresentativo della popolazione studentesca). Sempre attraverso il campione, si può stimare che quasi 100mila ragazze e ragazzi (il 2,5% degli 11-17enni) presentino caratteristiche compatibili con la presenza di una dipendenza da social media.

Una tendenza correlata con le difficoltà nell’instaurare una relazione costruttiva con genitori e adulti. Tra gli 11-13enni a rischio dipendenza da social, il 75,9% dichiara una difficoltà comunicativa con i genitori. La quota scende al 40,5% in chi non presenta il rischio. Basandosi sul campione rappresentativo, si possono stimare in quasi mezzo milione i ragazzi a rischio di internet gaming disorder, ovvero “l’uso persistente e ricorrente di Internet per partecipare a giochi, spesso con altri giocatori, che porta a compromissione o disagio clinicamente significativi per un periodo di 12 mesi”.

Mentre oltre 370mila studenti 11-17enni (il 9,3% del campione) potrebbero presentare un grave rischio di dipendenza da cibo.

Nel 2021 sono stati 2.778 gli accessi in pronto soccorso di minori per sindromi e disturbi da alterato comportamento alimentare, in crescita del 10,5% rispetto al 2019. Un problema soprattutto tra le ragazze: l’incidenza femminile tra gli under 25 è infatti passata dal 61,1% del 2019 al 72,7% del 2021.

Discriminazione Bullismo e Baby gang

Durante la fase più critica della pandemia (marzo 2020-estate 2021), circa 1 studente su 10 delle scuole secondarie ha dichiarato di aver subito episodi di bullismo o cyberbullismo, con un’incidenza che sale tra chi è a maggior rischio di esclusione, come i minori stranieri. La quota raggiunge infatti il 18,2% tra bambini e ragazzi con cittadinanza non italiana. Anche le ragazze sono tra i soggetti più a rischio di episodi di bullismo: il 3,9% delle studentesse dichiara di essere stata presa di mira con racconti di storie diffamato-rie sul proprio conto. Molto più dei maschi (2,3%).

Il 46% delle questure e dei comandi dei carabinieri che hanno registrato la presenza di gang giovanili hanno anche indicato un aumento del fenomeno negli ultimi cinque anni. Tra 2019 e 2021 sono cresciuti del 73,8% i giovani presi in carico dagli Ussm (uffici di servizio sociale per i minorenni) come appartenenti a gang giovanili: da 107 a 186. Una variazione che però, come per gli altri aspetti passati in rassegna finora, sarebbe semplicistico ricondurre esclusivamente alla pandemia.

Basti pensare che la presenza di gang giovanili è aumentata durante la crisi pandemica in meno di 1 provincia su 3. Questa localizzazione, piuttosto concentrata in termini territoriali, rende necessari ulteriori approfondimenti sul fenomeno e sulle sue radici.

Ambiente e impegno civile

I giovani hanno dimostrato di essere anche altro, in questi anni. Tra i 15 e i 24 anni, quasi 2 giovani italiani su 3 si dichiarano molto preoccupati per il cambiamento climatico; molto più della media della popolazione, pari al 53%. La quota di 18-19enni che hanno preso parte ad associazioni ecologiche, per i diritti civili e per la pace è quasi doppia rispetto al resto della popolazione (2,9% contro una media del 1,6%). E appare in crescita la quota di chi, tra 14 e 17 anni, presta attività gratuite in associazioni di volontariato (6,4% nel 2022, a fronte del 3,9% dell’anno precedente). Al netto di problemi e difficoltà, oltre 6 giovani su 10 tra 14 e 19 anni esprimono un giudizio positivo sulle proprie prospettive future nei prossimi 5 anni. Un altro, ennesimo, segnale di come servano ulteriori dati, più strutturati, per comprendere fino in fondo la condizione giovanile. Ma soprattutto di come solo partendo dal punto di vista di ragazze e ragazzi sia possibile migliorare la loro condizione e quella del paese.

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